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One square meter of wood

Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare. (Andy Warhol)

Piccole idee manifestano nel silenzio delle montagne.

Non è quanto si dona a rendere una persona migliore, ma il rapporto tra il dono e le proprie possibilità. Chi dona tutto (per quanto sia poco) è migliore di chi dona una parte. (Marco 12,24)

Mother Earth

Nel Timeo l’Essere è “padre” e la materia “madre” e “nutrice della generazione”. ProcIo 122, 1- 20 (cfr. Proclo. Teologia platonica, libro I, capitoli 22- 29) “Ma chi cade tra i combattenti e perde la sua cara vita, dopo aver coperto di gloria la sua città, i suoi concittadini e suo padre, quando giace trafitto davanti da molti dardi attraverso il petto e il convesso scudo e la corazza, colui piangono tutti quanti giovani e vecchi, e con doloroso rimpianto tutta la città si duole per lui, e il suo tumulo e i suoi figli sono onorati tra gli uomini, e i figli de’ suoi figli e i suoi tardi discendenti, e giammai perisce l’alta sua fama né il suo nome, ma, sebbene giaccia sotterra, egli diviene immortale” Tyrt. fr. 9, 23-32 (cfr. Werner Jaeger, Paideia, la formazione dell’uomo greco, Bompiani, Il pensiero occidentale, Berlin 1944, prima ed. Bompiani 2003, prima ed. Giunti ed. 2018, p. 183). In questo frammento, Tirteo, nobile generale spartano, ci offre lo spirito della antica grecita’, “l’idea – scrive il Prof. Werner Jaeger, autorevole grecista, nella sua ‘Paideia’  – della collettività della polis, che regge i singoli tutti e per la quale tutti vivono e muoiono” (op. cit. p. 180). Il pensiero di Tirteo, da vero omerida, ci riconduce all’ “ideale omerico dell’areté eroica” richiamando “il significato ideale di sacrificio di sé stesso per un bene superiore” (op. cit. p. 180). Così ho scelto di fare questa foto con la mia cara e bella (in senso platonico, nel senso di ‘bellezza morale’) mamma, perché in fondo la mamma rappresenta il perno della famiglia e in definitiva della società. Il termine “mamma”, “a prima giunta  –  ci informa l’autorevole linguista Ottorino Pianigiani  –  parrebbe duplicazione del primo elemento della voce MA-dre, comune a tutte lingue indo-germaniche (al modo stesso che Pappa (= lat. Papa, pappa) usato dai fanciulli per chiedere il cibo si disse ripetizione della sillaba PA-ne)”. Ecco perché nei momenti difficili, e nei momenti gioiosi, si invoca il suo nome, ecco perché l’antichità ci offre un’indefinita produzione di sculture di “Grandi madri”. L’arcaica, nonché preistorica, o paleolitica, “Venere di Willendorf”, l’altrettanto paleolitica “Venere di Laspluge”, Demetra e Core, Kore (gr. Κόρη, giovinetta) o Persefone, divinità correlate ai “misteri eleusini”, che nell’iconografia tradizionale greca, sono raffigurate unitamente a Trittolemo, primo iniziato della storia, che appare in mezzo alle due dee, costituendo così un “exemplum”, un calco, tramandato per secoli che testimonia l’importanza e la persistenza di questo culto esteso a tutto il bacino del Mediterraneo. Secondo Apollodoro, Trittolemo è figlio di Celeo e Metanira, mentre per Ferecide di Lero pare sia figlio di Oceano e Gea e per Paniassi figlio di Eleusi. Il ‘metroon’, in greco Μητρῷον , Mētrō̂on o Mētrō̂ion, era un antico tempio greco dedicato a una dea madre . Erano spesso devoti a Cibele , Demetra o Rea; si presume dovesse sorgere vicino al luogo ove si incontrarono Socrate e Fedro, personaggio dell’omonimo dialogo platonico; non distante dal Metroon si presume che Socrate abbia onorato con una preghiera, assieme a Fedro, Le Ninfe e Acheloo rappresentati in un rilievo votivo. “Non è escluso  –  scrive Roberto Velardi  –  che si tratti del rilievo, ora conservato a Berlino, raffigurante Acheloo, le Ninfe, Pan con suo padre Ermes e Demetra con Core, che fu rinvenuto nel 1759 nei pressi dello stadio realizzato da Licurgo nel 330 a.C. e ricostruito in marmo da Erode Attico tra il 140 e il 144 d.C.” (cfr. Platone, Fedro, a cura di Roberto Velardi, BUR, p. 10 e sgg.). Il ‘Fedro’, è uno dei pochi dialoghi, se non l’unico, in cui Platone si attarda piacevolmente, nella descrizione del paesaggio, giovandosi di un Socrate che osserva con occhio trasognato tutto ciò che conosce già a menadito. In tutto ciò non può escludersi, anzi vi sono buone possibilità che lo sia, un riferimento a quello stato denotato con il termine ‘theasasthai’, del “contemplare”, usato in Simposio (210 c 3). Più avanti, nello stesso passo, si passerà dalla “contemplazione di “cose belle” alla visione di qualcosa di eccezionalmente bello, nella sua singolarità” (cfr. Platone, Simposio, intr. Vincenzo di Benedetto trad. e note Franco Ferrari, p. 53). Non può escludersi che in tutto ciò vi sia un preludio a ciò che Platone denotava con il termine  ‘γιγνομαι’, ovvero ‘entrare in un nuovo stato dell’essere’, che sostanzialmente è la condizione tipica dell’ “epopte”, o iniziato, colui che attende all’ “epopteia”, l’illuminazione. Nella descrizione socratica dei luoghi “comprendente l’Acropoli e la riva nord dell’Ilisso, dove Platone colloca l’incontro e la passeggiata dei due personaggi (Socrate e Fedro, il giovane reduce da una conferenza sull’eros tenuta dal grande retore Lisia di origine siracusana) non poteva mancare quella del ‘Metroon’ di Agre, consacrato a Demetra e Core, “dove in primavera si celebravano i Piccoli misteri, nell’ambito dei quali si svolgeva una cerimonia di purificazione, preliminare alla successiva iniziazione ai Grandi misteri di Eleusi” (cfr. Platone, Fedro, a cura di Roberto Velardi, BUR, p. 11). Nel 391 l’imperatore romano Teodosio pose definitivamente fine alla celebrazione dei Misteri eleusini (per la descrizione dei monumenti della valle dell’Ilisso, vd. Pausania 1, 19 con il puntuale commento di L. Beschi e D. Musti in Pausania. Guida della Grecia. I, L’Attica, Fondazione Lorenzo Valla 1982, pp. 328-32) (cfr. Platone, Fedro, a cura di Roberto Velardi, BUR, p. 11). Il termine ‘metroon’, in greco Μητρῷον, può tradursi con misura. μήτρα  [-ας, ἡ] sostantivo femminile, anatomia utero, matrice. Notoriamente, come insegna Platone in Timeo, l’uomo è ‘αμετρον’ (Platone, Timeo, 47 d-e), privo cioè di misura. La ‘μετρον’, la misura, è una qualificazione, un attributo, proprio della divinità, proprio perché la ‘misura’ è il ‘giusto mezzo’ che Aristotele ha ereditato dal maestro Platone, il luogo eidetico, dell’ ‘ειδος‘, dell’dea, del divino, a cui il ‘δημιουργός’, letteralmente ‘Demiurgo’, o ‘Artigiano Creatore dell’Universo’, volgeva lo sguardo durante la creazione. Euripide rappresenta, esprime, nell’ambito del teatro tragico, ciò che Platone esprime nell’ambito del pensiero filosofico; pertanto a chi può spettare, se non alla Nutrice dei figli di Medea, uno dei personaggi principali della omonima tragedia di Euripide, di dire: “Nutrice: Misura è un nome che vince solo a pronunciarlo; Misura è la scelta migliore per gli uomini. Euripide, Medea (cfr. Euripide, Medea, trad. Maria Grazia Ciani) La madre, o Chora, ricettacolo, è citata, quale elemento primario della creazione dell’universo da parte del demiurgo da Platone in Timeo: “Per adesso, quindi, occorre tenere a mente tre generi: ciò che viene all’essere, ciò in cui viene all’essere e ciò a somiglianza di cui viene all’essere. E, appunto, conviene paragonare il ricettacolo a una madre, il modello a un padre e la natura intermedia fra questi a un figlio, e pensare anche che, poiché l’impronta deve risultare varia e presentare alla vista ogni tipo di varietà, ciò in cui si realizza l’impronta non sarebbe preparato bene, se non fosse privo delle forme di tutte quelle idee che deve accogliere da qualche parte” Platone, Timeo 50 c-e (cfr. Platone, Timeo, a cura di Francesco Fronterotta, BUR, p. 267 sgg.). Del resto è proprio per questa rilevanza dell’elemento femminile sacrale, celebrato da Platone in Repubblica (donne e uomini avevano diritto di ricevere la stessa educazione, e potevano pertanto ambire alle stesse funzioni, o cariche), in una società oscillante periodicamente tra patriarcato, che relegava la donna in una posizione di marginalità, e matriarcato, capace di assegnare giusti ruoli di preminenza alla donna meritevole, che la sacra statua raffigurante Hestia, divinità del focolare domestico, la Vesta romana, veniva collocata proprio al centro fisico, corrispondente al centro spirituale, della casa greca e romana. A prescindere dal momentaneo orientamento patriarcale o matriarcale di una società, grandi donne nell’antichità hanno dato lustro all’intero genere umano; un esempio valga per tutte, leggero, alato, sacro, quello di Diotima, maestra sapienziale di Socrate, ovvero l’interprete, nel Simposio platonico, della “generazione dei discorsi belli”, di quell’ascesi, che, attraverso vari stadi, partendo dal basso, cioè dalla considerazione dell’eros corporeo, sale fino alla contemplazione del “Bello”, che è il divino. Tale trasformazione è rilevabile dall’uso della forma verbale “Syneinai (“essere unito”, “congiungersi”) come fa rilevare Vincenzo di Benedetto, “il verbo, convalore erotico, è usato in contesto negativo in Simp. 211 d 8, mentre più avanti lo stesso verbo è usato, naturalmente con valore positivo, a proposito dell’unirsi dell’uomo al Bello tramite la contemplazione in 212 a 2.” (cfr. Platone, Simposio, intr. Vincenzo di Benedetto, trad. e note Franco Ferrari, BUR, p. 55).  Occorre inoltre dire che ogni divinità era correlata ad una forma geometrica; Hestia era tradizionalmente associata alla forma tetragona,  come del resto Zeus era considerato una divinità dodecagona. La forma tetragona, ovvero quadrata, più di ogni altra suggerisce il senso di stabilità (“avvegna ch’io mi senta ben tetragono ai colpi di ventura” scrive Dante; cfr. Divina commedia, c. XVII vv. 23-24, espressione già usata da Aristotele per sottolineare secondo l’uso tradizionale la stabilità). Come sé accennato Demetra è una ‘Grande Madre’, o se vogliamo è la stessa entità divina, che assume nomi diversi a seconda della sua collocazione geografica, la cui figura, in ambito grecofono, è profondamente correlata ai ‘Misteri Eleusini’. Pare vi sia un certa quale relazione analogica tra questa dottrina e quella dei “cosiddetti “Magi ellenizzati”. Tali “élite sacerdotali mithraiche   –  come ricorda Nuccio D’Anna   –   sono molto presenti nell’area iranico-occidentale e nei piccoli regni dell’Asia Minore fortemente intrisi di dottrine iraniche” (cfr. Nuccio D’Anna, Publio Nigidio figulo, Un pitagorico a Roma nel 1à secolo a.C., Archè – Edizioni PiZeta, 2008, p. 42). Tra le relazione analogiche riscontrabili tra queste due dottrine, può rilevarsi che entrambe contemplano la possibilità di “entrare in un nuovo stato dell’essere” (γιγνομαι) Platone, Ione 533 e 534 b per usare l’espressione platonica che appare in Ione, 533 e 534 b (cfr. Ananda Kentish Coomaraswamy, Il grande brivido, Adelphi, p. 35, nota 82); ma ciò sarà possibile solo dopo che l’ ‘epopte’, l’iniziato, avrà concluso il suo percorso iniziatico che lo condurrà all’ ‘epopteia’, all’illuminazione. Con la distruzione del regno di Mithridate  –  apprendiamo ancora da Nuccio D’Anna  –  e poi la sottomissione definitiva dei cosiddetti “pirati cilici” ad opera di Pompeo, queste élite sacerdotali (mithraiche, n.d.c.) che sappiamo molto consistenti presso i piccoli regni “para-iranici” di quelle regioni, si erano disperse in tutto il Vicino Oriente e, secondo Franz Cumont, erano riuscite persino a formare una loro comunità mithraica fiorente a Roma …” (cfr. Nuccio D’Anna, Publio Nigidio figulo, Un pitagorico a Roma nel 1à secolo a.C., Archè – Edizioni PiZeta, 2008, p. 40). Il magistero politico-rituale di Publio Nigidio Figulo si compie proprio in questi anni del I sec. a. C. a Roma. Tangenzialmente occorre ricordare un importante ‘mitreo’ collocato proprio sotto le sostruzioni della Chiesa di S. Stefano Rotondo al Celio di Roma, poi restaurata in epoca Rinascimentale da Leon Battista Alberti. “Tracce dell’interesse nigidiano per le forme spirituali del Vicino-Oriente possono trovarsi anche nel fr. 74 Swoboda), là dove viene attestata una considerazione per una enigmatica Mater Deum (…), ricordata da Macrobio (Sat. I, 12, 20; fr. 76 *Swoboda) quale parte essenziale del complesso teologico nigidiano. Ora, se cosiderimo il tipo di ambientazione culturale e spirituale nel quale si muoveva Nigidio, queste due forme divine dovrebbero corrispondere con una certa sicurezza alla dèa Cibele, (…) Cosa degna di attenzione per il significato che il dato può assumere, questa divinità si trova rappresentata anche in un paio di formelle della cosiddetta “basilica “ neopitagorica di Porta Maggiore a Roma come un aspetto della dimensione trascendente prefigurata dal percorso seguito dall’iniziato, documento inequivocabile della importanza che tutti i pitagorici romani assegnavano al suo culto e al suo simbolismo.” (cfr. Nuccio D’Anna, Publio Nigidio figulo, Un pitagorico a Roma nel 1à secolo a.C., Archè – Edizioni PiZeta, 2008, p. 40 sgg.)  Per continuare la rassegna, non esaustiva, delle “Grandi Madri”, potrebbe citarsi la dea ‘Cibele’ dell’area area anatolica, delle province romane medio orientali, che subirono l’influsso delle culture indo-iraniche, “che Joseph Bidez e Franz Cumont chiamarono, (…) dei ‘Magi ellenizzati’. Armenia, Cappadocia, Lidia, Frigia, Galazia, Cilicia e infine tutto l’altopiano anatolico appaiono ampiamente ‘iranizzate’ gia nel 1° sec. a.C.” (cfr. Nuccio D’Anna, Publio Nigidio Figulo, Un pitagorico a Roma nel 1° sec. a.C., Archè  –  Edizioni PiZeta, 2008, p. 39). La dea Cibele “si trova rappresentata anche in un paio di formelle della cosiddetta ‘basilica’ pitagorica di Porta Maggiore a Roma come un aspetto della dimensione trascendente prefigurata dal percorso dell’iniziato, documento inequivocabile della importanza che tutti i pitagorici romani assegnavano al suo culto e al suo simbolismo. Tale divinità denominata dai latini “Mater Magna”, “ricordata da Macrobio (Sat. I, 12, 20; fr. 76 Swoboda)” è “La Maia, per la quale vengono celebrati i sacrifici nel mese di maggio, è la terra (…)” (cfr. Nuccio D’Anna, Publio Nigidio Figulo, Un pitagorico a Roma nel 1° sec. a.C., Archè  –  Edizioni PiZeta, 2008, p. 41). ‘Gea’ è la Terra, madre di tutte le altre divinità simboleggianti gli elementi naturali, e ‘Rea’ è l’antichissima divinità, detta anche Cibele, figlia di Urano (il Cielo) e Gea (la Terra). ‘Rea’ (corrispondente alla Giunone della mitologia romana) è la patrona del matrimonio, della fedeltà coniugale e del parto, considerata la sovrana dell’Olimpo, i cui simboli sono la vacca e il pavone, in area greca. Ma ‘Rea’ è la ‘Mater MatuTa’ dell’area etrusca, ‘Mater Matutae’ in area campana, ‘Bona Dea’ o ‘Magna Mater’ nella generalità dell’area romana tanto per rimanere nell’ambito geografico del bacino del mediterraneo. Spostandoci nell’area geografica indiana, per quanto concerne la dottrina induista, Ananda Kentish Coomaraswamy scrive:  “Già la nozione di un Creatore che opera per artem, comune all’ontologia cristiana e a tutte le altre ontologie ortodosse, implica un artista padrone della sua arte, arte che è la ‘pre-misura’ (pramana) e la provvidenza (prajna) in base alla quale tutte le cose vanno misurate; esiste infatti una strettissima analogia fra il “corpo fittizio” (nirmana-kaya) o la “misura” (nimitta) del Buddha vivente, e l’immagine della Grande Persona che l’artista letteralmente “misura” (nirmati) perché funga da sostituto della sua presenza attuale. Non a caso il Buddha nacque da una Madre (matr) di nome Maya (Natura, Arte o ‘Magia’, intesa con Boehme nel senso di “Creatrix”), parole, queste due, che derivano entrambe da ma, “misurare”; cfr. prati-ma, “immagine”, pra-mana, “criterio” e tala-mana, “iconometria”. In altre parole, si ha un’identificazione virtuale della generazione naturale con quella intellettuale, metrica ed evocativa. La nascita è, letteralmente, un’evocazione; il Figlio è generato, secondo una formula costantemente ripetuta dai Brahmana, “dall’Intelletto nella voce”, unione che viene simboleggiata nel rito; l’artista opera, come dice Tommaso d’Aquino, “mediante una parola concepita nell’Intelletto” (cfr. Ananda Kentish Coomaraswamy, Il Grande brivido, Adelphi, p. 138 sgg.). Di rilevanza primaria per l’ambito cristiano assume la Vergine immacolata, madre del Cristo Gesù, forse il più “alato” esempio, per usare un termine caro a Platone, di amore profuso senza restrizione egoica alcuna, fino al punto di negare la propria individualità per un bene superiore, come facevano i guerrieri greci, e in generale tutti i guerrieri, e come fanno tutte le madri offrendo il loro amore immortale, divino. Il sommo Dante, nella sua ‘Divina’, al canto XXIII del Paradiso, ci offre una mirabile descrizione della  “Vergine Madre, (…), umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio”: “Io sono amore angelico, che giro l’alta letizia che spira del ventre che fu albergo del nostro disiro; e girerommi, donna del ciel, mentre che seguirai tuo figlio, e farai dia più la spera supprema perché li entre”. “Così la circulata melodia si sigillava, e tutti li altri lumi facean sonare il nome di Maria. Dante, Paradiso c. XXIII vv. 103-111 Parafrasi del testo: “Io sono amore angelico, che col girarmi manifesto l’alta letizia spirante dal ventre di Maria, ove scese il Redentore; e girerò, donna celeste, finchè non rientrerai con Cristo nell’Empireo, facendolo, col rientrarvi, più divino (dia). “Così la melodia circolante si chiudeva con queste parole, e tutti gli altri corpi celesti facevano risuonare il nome di Maria. Che trova il culmine, l’apoteosi, nel canto XXXIII, che è il canto conclusivo della ‘Divina commedia’, la donna-nutrice (Chora)-Vergine Immacolata appare qui come quell’ “energia dinamica e creatrice del divino” puro “Amor che move il sole e l’altre stelle” : “Vergine Madre, figlia del tuo figlio, umile e alta più che creatura, termine fisso d’etterno consiglio, tu se’ colei che l’umana natura nobilitasti sì, che ‘l suo fattore non disdegnò di farsi sua fattura. Nel ventre tuo si raccese l’amore, per lo cui caldo ne l’etterna pace così è germinato questo fiore. Qui se’ a noi meridiana face di  caritate, e giuso, intra’ mortali, se’ di speranza fontana vivace. (…) Qual è ’l geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio, e non ritrova, pensando, quel principioond’ elli indige, tal era io a quella vista nova: veder voleva come si convenne l’imago al cerchio e come vi s’indova; ma non eran da ciò le proprie penne: se non che la mia mente fu percossa da un fulgore in che sua voglia venne.  A l’alta fantasia qui mancò possa; ma già volgeva il mio disio e ’l velle, sì come rota ch’igualmente è mossa, l’amor che move il sole e l’altre stelle” Dante, Paradio c. XXXIII parafrasi del testo: Come un geometra che si concentra per la quadratura del cerchio, e non ci riesce, riflettendo sulla formula di cui avrebbe bisogno, così ero io a quella vista eccezionale: volevo vedere come l’immagine umana s’adeguasse al cerchio e come vi si collocasse; ma non era sufficiente il mio intelletto: se non che la mia mente venne percossa da un lampo così che avvenne ciò che Lei volle. All’immaginazione ora mancò la capacità, ma già il mio desiderio ed il volere erano soddisfatti, come una ruota che si muove di moto uniforme, dall’amor che muove il sole e le altre stelle. (cfr. sito online: “WESCHOOL”, “Paradiso”, canto 33: parafrasi del testo) L’espressione platonica ‘ευδαιμονεστατος’ (Platone, Repubblica 419 b), ‘felice in sommo grado’, che compare nell’ultimo mirabile passo della Repubblica, si ricollega armonicamente con quanto espresso sin ora. ‘Felice in sommo grado’ è colui che persegue una ‘via intermedia’, ovvero la medietà, la ‘misura’ : “Bisogna infatti avviarsi verso l’Ade mantenendo forte come l’acciaio questa opinione, per non farsi piegare neppure laggiù dall’attrazione delle ricchezze e di altri simili mali, (…), e sapere invece come scegliere in ogni occasione la forma di vita intermedia fra queste, evitando gli eccessi in entrambi i sensi, sia in questa vita presente, per quanto è possibile, sia in ognuna di quelle che la seguiranno. Così l’uomo può diventare massimamente felice” Platone, Repubblica, 619 a-b (cfr. Platone, Repubblica, a cura di Mario Vegetti, BUR, p. 1175). “Non esitare ad attribuire a Dio creatore ogni cosa in cui osserverai misura, numero e ordine. Dove li eliminerai, non rimarrà assolutamente nulla (…)Agostino d’Ippona, De libero arbitrio, II, 20, 54 Il mirabile passo di Cicerone, tratto dal ‘De Republica’, in appresso riportato, celebra il rispetto, la giustizia e la pietà verso i genitori, i parenti, e la patria, intendendo per patria l’intera collettività. “Sed sic, Scipio, ut avus hic tuus, ut ego qui te genui, iustitiam cole et pietatem, quae cum magna in parentibus et propinquis, tum in patria maxima est; ea vita via est in caelum et in hunc coetum eorum qui iam vixerunt et, corpore laxati, illum incolunt locum, quem vides – erat autem is splendidissimo candore inter flammas circus elucens-, quem vos, ut a Graiis accepistis, orbem lacteum nuncupatis”. Ex quo omnia mihi contemplanti praeclara cetera et mirabilia videbantur. Erant autem eae stellae, quas numquam ex hoc loco vidimus, et eae magnitudines omnium quas esse numquam suspicati sumus, ex quibus erat ea minima quae ultima a caelo, citima terris luce lucebat aliena. Stellarum autem globi terrae magnitudinem facile vincebant. Iam vero ipsa terra ita mihi parva visa est, ut me imperii nostri, quo quasi punctum eius attingimus, paeniteret. Cicerone, De Republica, 6. 16, Visione della Terra dalla Via Lattea Ma, Scipione, come questo tuo nonno e come me che ti ho generato, così (anche tu) coltiva la giustizia e la pietà, che non solo è grande verso i genitori e i parenti, ma è massima verso la patria; una tale vita è la via verso il cielo e a questa comunità di coloro già vissuto che, liberati dal corpo, abitano quel luogo che vedi –si trattava, appunto, di spazio circolare risplendente tra le fiamme, dal candor abbagliante-, che voi come avete appreso dai Greci denominate Via Lattea”. Da qui, a me che contemplavo l’Universo, tutto pareva magnifico e meraviglioso. C’erano tra l’altro stelle che non vediamo mai dalle nostre regioni terrene, e le grandezze di tutte quelle stelle erano tali quale mai avessimo sospettato che fossero, tra queste la più piccola era quella, ultima dalla parte del cielo ma la più vicino alla Terra, risplendeva di luce non propria. Inoltre i globi delle stelle superavano di gran lunga la grandezza della terra. Anzi, in verità, la stessa Terra mi sembrò così piccola che mi sentivo umiliato del nostro dominio, col il quale quasi a malapena ne tocchiamo solo un punto. Cicerone, De Republica, 6. 16, Visione della Terra dalla Via Lattea (Traduzione all’italiano a cura  di  Carla Ardizzone) Questo breve scritto, che offro a tutti, è dedicato a tutte le madri (compresa la mia), e a tutte le “Donne – come scriveva il sommo ne ‘la vita nuova’ (cap. XIX) – c’avete intelletto d’amore” (Dante, La vita nuova , cap. XIX),  e si conclude con una rassegna di “Grandi Madri”.

maurizo militello e la sua mamma
Maurizo Militello e la sua mamma (Nelly)